Cari amici, oggi ci prendiamo una pausa da progetti e hobby vari per parlare di Expo.
Un’esposizione universale dedicata al cibo nel mondo, che nei mesi è stata molto controversa, spesso criticata, talvolta inneggiata, che fin dall’aggiudicazione ha rappresentato un’occasione ghiotta per alcuni “addetti ai lavori” che hanno visto in Expo la loro gallina dalle uova d’oro. La storia di Expo comincia nel 2006 con l’apertura della candidatura di Milano e l’inizio delle trattative per l’acquisizione dei terreni in cui si sarebbe insediata la mostra. Io non mi dilungherò oltre su questo argomento ma, per chi fosse interessato ad approfondimenti, lascio il link al racconto inedito dei F.lli Cabassi proprietari della Cascina Triulza.

Così, come spesso accade per le “grandi opere” anche Expo non è stata esente da corruzione e tangenti, nonostante le buone intenzioni che il tema stesso dell’evento professa: “Nutrire il pianeta, energia per la vita“.

Personalmente, al di la delle polemiche, ero entusiasta di quest’iniziativa e del fatto che fosse ospitata a Milano – rivivevo il clima delle Olimpiadi 2006 di Torino – e avevo seguito la cerimonia di apertura con lo spettacolo dell’Albero della Vita, chiedendomi se sarei riuscita ad andarci. Sono trascorsi i mesi e di tanto in tanto sbirciavo l’andamento delle visite, ma i dati erano confusi, c’era chi parlava di un successo e chi di un flop. Abbiamo affrontato un’estate rovente e andare all’Expo era una follia. Improvvisamente a settembre siamo entrati in uno stato di “pandemia” e sono esplose le code. Sembrava che anche chi era parso indifferente, ora dovesse vedere l’Expo con i suoi occhi.
Ed è arrivata anche per me l’occasione di farci una visitina!

Faccio un po’ di ricerca per non farmi trovare impreparata e mi premunisco con panini e bottigliette d’acqua vuote. Preparo anche un piano d’attacco per capire quali siano i padiglioni più gettonati e in questo trovo un valido aiuto nelle “istruzioni per l’uso“, di Valigia a due Piazze.

Giovedì 22 ottobre finalmente si parte! Alle 6:15 siamo già in viaggio; alle 7:30 arriviamo al parcheggio Trenno (prenotato) dove c’è 1 km. di coda. I cancelli si aprono alle 8:00. Parcheggiamo e ci fiondiamo sulla prima navetta. Percorriamo strade più o meno tortuose, imbocchiamo rotonde in un senso per poi tornare indietro, attraversando quartieri fatiscenti disseminati di fabbriche abbandonate e cantieri a cielo aperto. Il panorama non è certo dei migliori! Dopo un quarto d’ora approdiamo su un grande piazzale da cui si scorgono già le file di persone alle entrate, separate da transenne. Scendiamo e andiamo a prendere posto in una delle code che ci sembrava meno affollata. Aspettiamo. L’apertura è alle 9:00. Intanto ci procuriamo le mappe della struttura.
Expo ha la forma di un pesce la cui spina dorsale è il Decumano, lungo 1,5 Km.

L’entrata è stile aeroporto: tutte le borse vanno depositate in vaschette di plastica e passano sotto uno scanner a raggi X per il controllo di sicurezza; controlli rigorosi anche per le persone che non devono avere con se oggetti di metallo o bottiglie piene d’acqua. Superata anche quest’ultima barriera, ci affrettiamo a raggiungere il padiglione del Giappone, che negli ultimi mesi è stato preso d’assalto con code fino a 9 ore. Ci siamo detti – se la gente fa 9 ore di coda, deve essere stupendo! – così, con spirito positivo e la giusta dose di rassegnazione ci siamo apprestati a fare la prima fila della giornata. Sono trascorse 2 ore, durante le quali abbiamo potuto leggere i messaggi di altri visitatori, scritti sui blocchi di legno che rivestono l’intero edificio: testimonianze sofferte di infinite attese, ironiche, spazientite e impazienti di godere delle meraviglie racchiuse in quell’ardita scultura. Intanto ci siamo muniti di un passaporto alla modica cifra di 8,00 euro.

Testimonianze del padiglione GiapponeEntriamo: ci informano che nel padiglione c’è il Wi-Fi e un’app da scaricare che servirà per migliorare l’esperienza della visita. Dopo qualche minuto ancora di attesa, accediamo alla prima saletta, guidati e controllati a vista da una hostess nipponica che con fermezza ci ricorda di non usare il flash e dopo qualche minuto, in cui abbiamo visto un breve filmato e alcuni quadri alle pareti, ci esorta a sfilare verso la sala successiva. Un po’ delusa e infastidita da tutta questa fretta, passo avanti. La seconda sala è decisamente più d’effetto tant’è che si leva una coro di esclamazioni meravigliate. Descriverla non è facile: una musica piacevole inonda l’ambiente buio, il pavimento è costellato di cerchi bianchi e noi siamo circondati da steli alti e sinuosi che sostengono altri cerchi bianchi su cui sono proiettate immagini in movimento e il tutto si fonde in una danza spettacolare … Sulla parete di fronte c’è un grosso schermo che trasmette un video mentre sulle altre pareti si muovono figure di agricoltori dell’epoca antica. Per un attimo abbiamo pensato a degli ologrammi, invece si trattava di un’illusione ottica generata dalla proiezione sugli specchi.

Terza sala: ancora al buio, al centro campeggia un cilindro luminoso, blu fluorescente nel quale scorrono delle foto che “cadono” su un piano circolare. Chi aveva installato l’app, poteva inserire il suo dispositivo (cellulare) negli appositi vani e prendere fisicamente le foto, selezionarle, allargarle e salvarle sul proprio telefonino. Esperienza interessante.

cascata di fotoA seguire, un trompe d’oeil – un tavolo dalla prospettiva ingannevole – che parte ad una certa altezza e gradualmente diventa più alto, circondato da sedie che allo stesso modo cambiano dimensioni e altezza per un effetto ottico, nel complesso, stupefacente.

Tavolo illusione otticaUn corridoio e una saletta offrono una rassegna di cibi locali disposti in una bacheca e fiori essicati composti ad arte in pannelli ornamentali.

Bacheca dei cibi del GiapponeIl pezzo forte che viene annunciato già all’entrata, è lo spettacolo del ristorante virtuale. Dunque prendiamo posto ai tavoli. Ciascuno di noi ha a disposizione le classiche bacchette e al posto del piatto un display nel quale appaiono le portate. Ma prima di cominciare a scegliere il menu, si spengono le luci e, sotto un lampadario sfolgorante, un’annunciatrice improvvisa una specie di spettacolo supportata da un video proiettato su un grande schermo e ci guida in una sorta di esperimento di ristorazione virtuale, sostenendo che non è tanto importante quello che si mangia, quanto la compagnia! Il risultato è che – considerata l’ora (le 12:00) – ci siamo alzati con una fame disumana e … indovinate un po’? Lo step successivo erano i ristoranti veri!!! Furbi questi giapponesi, ehh?!

Ristorante virtualeAbbiamo consumato voracemente una vaschetta di sushi in quattro (10 pezzi, 22 €) e dopo aver riempito le bottigliette al punto acqua più vicino (naturale e frizzante, gratuita a volontà) ci siamo avviati al padiglione di Israele.

Di nuovo transenne e altra coda di un’ora

Coda per Israele

Ad accoglierci un ragazzo spigliato che simula un collegamento in streaming con la sorella Moran – una bella ragazza che assomiglia a Belen Rodriguez – si scambiano alcune battute in tema di storia e sviluppo del Paese poi brindano con un calice di buon vino, lei dal video e lui dal vivo: un bel trucco di illusionismo! Si passa poi in una saletta con un maxi schermo frontale, le pareti rivestite di sfondi con vegetazione lussureggiante e gradinate colme di sedie dove ci invitano a prendere posto. Qui Moran continua a raccontarci la loro storia di successo. L’introduzione dell’irrigazione a goccia e la creazione dei pomodori ciliegini. La visita dura poco più di 10 minuti. Tra una coda e l’altra ho immortalato le colture verticali del padiglione degli Stati Uniti dove si esibivano anche dei magnifici giochi d’acqua e ho rubato qualche scatto all’inavvicinabile Palazzo Italia (stimate 9-10 ore di coda).


Con “solo” mezzora di coda siamo riusciti a vedere il Vietnam che si è rivelato un bazar. Disposto su due piani è stipato di oggetti di ogni genere, dai foulard ai bigliettini d’auguri fatti con la tecnica del kirigami. Ovunque si trovano pile di sugegasa, i coni di paglia tipici del luogo (10-20 €). Consumato un panino seduti nel mezzo del Decumano, solcato da un’immensa folla perpetua, interrotta solo dallo schiamazzo delle scolaresche, ci siamo quindi avviati a fare la coda per vedere il padiglione della Corea del Sud (1 ora e mezza).
Dentro e fuori ci sono originali sculture fatte con materiali riciclati. Nella sala grande è di scena uno spettacolo realizzato da due bracci robotici che ruotano due schermi su cui sono proiettate immagini di cibo. Il titolo è appunto la “sinfonia del cibo“! Un’enorme giara contiene un mondo in evoluzione.

Proseguendo siamo entrati in un’altra sala piena di piccole giare a schermo che scorrono immagini dei cibi tipici stagionali con effetti scenici e sonori interessanti.

Avremmo voluto vedere almeno l’Austria, ma c’era un’altra coda infinita e si erano fatte le 17:00. Sfiniti dal peso del lungo peregrinare in una bolgia che sembrava un luna park ci siamo infilati sulla prima navetta per Trenno e abbiamo fatto ritorno a casa.

Le mie conclusioni

  • Expo è il paradiso degli architetti!
  • L’eccessivo costo del biglietto esclude i meno agiati: un’esposizione universale che affronta un tema di risonanza mondiale avrebbe dovuto essere alla portata di tutti. Se anche dovesse vantare 20 milioni di visitatori – cosa sono raffrontati ai quasi 60 milioni di Italiani e ai più di 7 miliardi della popolazione mondiale? Vogliamo ancora parlare di successo?!
  • Se non avessi letto il tema non lo avrei capito. Nutrire il Pianeta, vuol dire che siamo alla ricerca di nuovi modi di coltivare, riducendo al minimo l’impatto ambientale e vuole anche dire che dobbiamo garantire il cibo a tutti i popoli, quindi dobbiamo servirci della tecnologia per migliorare il nostro approccio all’agricoltura, non usare la tecnologia per cercare di sbalordire i visitatori di Expo con effetti speciali!
  • Mi sono sentita una cavia – avete presente quei topolini bianchi – incanalata in percorsi obbligati, transennati e tortuosi come labirinti per guadagnare il fatidico pezzetto di formaggio! Per me che amo muovermi in completa libertà è stata una sofferenza.
  • Questa esposizione è la fotografia della nostra società: virtuale o meglio, finta. Ogni concetto è espresso attraverso proiezione di video come a scuola, dove i professori svogliati ti propinano i power point e la lezione diventa di una noia mortale. Io credo che se ogni Paese avesse messo in campo persone vere, preparate sul tema, per spiegare con parole semplici quali prospettive contano di intraprendere in futuro, forse il pubblico invece di fare distrattamente foto da postare su FB per dire “anch’io c’ero” avrebbe capito il significato di Expo.
  • Il Decumano è disseminato di splendidi carretti di mercato realizzati dal pluridecorato premio Oscar, Dante Ferretti: ancora una volta scenografia, col pedigree, ma pur sempre finzione!
    Si è voluto ostentare opulenza ma non si è stati capaci di elargire piccoli assaggi delle specialità caratteristiche di ogni Paese: chi vuole fare un viaggio dei sapori deve avere il portafoglio a fisarmonica;
  • Quello che invece ho capito è perchè il nostro Governo – che nessuno di noi ha votato – persiste. Mi è bastato vedere le persone in coda – per la maggior parte italiani – di tutte le età, in piedi, ingombri di borse e zaini, pazienti e rassegnati ad ore di attesa, per vedere cosa poi? Niente che non si possa vedere comodamente seduti in poltrona, con una seria ricerca su Internet, risparmiando soldi e fatica!

La tua opinione è importante per me, lascia un commento!